EDITORIALI

01/07/2017 - IUS SOLI

Ritorna prepotente il fenomeno migrazione. Una settimana di record d’arrivi, con il Governo italiano che minaccia la chiusura dei porti e l’Unione Europea che continua a solidarizzare solo a voce.
Di conseguenza si riaccende il dibattito politico. Il solito dibattito semplificatorio, ideologicamente targato, mirato a ottenere consensi. Il momento richiede invece apertura, responsabilità, sangue freddo, capacità di individuare le ragioni e di trasformare la crisi in una grande opportunità. In questo clima sta percorrendo il suo iter al Senato la legge, dello ius soli, che riguarda il diritto alla cittadinanza dei bambini stranieri nati in Italia. È già stata approvata alla Camera il 13 ottobre 2015. Prevedibile l’alzata di scudi da parte di alcune forze politiche che finiscono col far credere alla gente che un’africana incinta arrivata da noi l’altro giorno, partorisce... ed ecco: il bebè è italiano!
In realtà non è proprio così. La cittadinanza per nascita è ispirata al cosiddetto ius soli “temperato”, in quanto fissa una serie di criteri e di regole e non prevede alcun automatismo generalizzato. La legge va quindi letta con serietà valutandola nei suoi veri contenuti. Essa stabilisce che acquisti la cittadinanza chi è nato nel territorio italiano da genitori stranieri, dei quali almeno uno abbia soggiornato in Italia per non meno di cinque anni: è un requisito decisivo.
Ai cittadini di Stati non appartenenti alla Ue che siano titolari, da almeno 5 anni, di un permesso di soggiorno in corso di validità, sono richiesti anche altri tre requisiti: reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; alloggio idoneo a termini di legge; superamento di un test di conoscenza della lingua italiana. Da tale procedura sono esclusi gli stranieri pericolosi per l’ordine pubblico.
La legge prevede anche il cosiddetto ius culturae, per il quale la cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia o entrati entro il compimento dei dodici anni, viene riconosciuta qualora abbiano frequentato regolarmente un percorso formativo di almeno cinque anni nel territorio nazionale (uno o più cicli scolastici, oppure corsi d’istruzione professionale triennali o quadriennali, idonei al conseguimento di una qualifica).
Probabilmente qualche lettore, leggendo queste poche righe (peraltro telegrafiche) si sarà fatta un’opinione un po’ diversa della legge proposta, poco spiegata (anche in Tv) e lasciata solo in pasto allo scontro politico. È un esempio per ragionare sull’intero fenomeno immigrazione.


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