APPROFONDIMENTI

08/04/2015 - MUNARI - BAU BALLET

Costruire la scuola. A partire dall’11 aprile 1933
Bau Ballet – performance dell’edizione 2015
Sabato 11 aprile 2015 – ore 8,30-24,00
Crema, piazza Duomo
da un’idea di Sabrina Grossi, Gianni Macalli, Mariola Groppelli, Federico Pagliari ed Elisa Tagliati
sotto il patrocinio dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e del Comune di Crema
con la partecipazione dei caschi gialli del Liceo Artistico Munari
riprese di Adriano Mattei
montaggio a cura di Elisa Tagliati
collaborazione tecnica di Nicolò Chiodin
contributo critico di Maurizio Guerri ed Elena Bugini
Dopo gli happenings intitolati Bau (2013) e Lhaus (2014), per la terza edizione del progetto Costruire la scuola, a partire dall’11 aprile 1933 il Liceo Artistico Munari di Crema propone Bau Ballet.

La nuova performance trae ispirazione da Das Triadische Ballet: il Balletto Triadico in tre atti che il pittore-scultore-designer Oskar Schlemmer, poliedrico insegnante del Bauhaus, creò nel 1922 su musiche per organo meccanico di Paul Hindemith. Andata in scena per la prima volta a Stoccarda in quello stesso anno e poi continuativamente rappresentata su scala europea per almeno un decennio, l’opera d’avanguardia accelerava, portandolo sino alle soglie della rottura, il rinnovamento della danza classica intrapreso ai primi del Novecento: se l’uso della tradizionale scarpetta da punta non viene del tutto abbandonato e i ritmi percussivi e martellanti volentieri adottati da Hindemith suggeriscono il passaggio per lo Stravinskij dei Ballets Russes, in quanto ideato da Schlemmer, tra coreografie, scenografie e costumi, vi è molto di tanto innovativo da essere a tutt’oggi felicemente fecondante il lemmario della danza ultra-contemporanea. In bilico tra nostalgia e avanguardia, Schlemmer sbilancia di buon grado a favore dell’innovazione l’originale prodotto del Bauhaus. Il riferimento al tre, tanto caro alla più antica aritmosofia, è omaggio alla tradizione che permea l’interezza dell’opera: tre gli atti (ciascuno incentrato su una tinta predominante che dà il titolo allo stesso: “Gelbe”, giallo, “Rose”, rosa, e “Schwarz”, nero), per un totale di dodici quadri; tre i ballerini che li interpretano (due uomini e una donna) con l’ausilio di diciotto costumi. Il movimento corporeo, però, s’innova profondamente aprendosi al rigore a scatti della macchina; e piedi e mani dei danzatori profilano con nitore quelle stesse figure geometriche che, protagoniste negli stessi anni dell’astrattismo-geometrico di Kandinskij, Schlemmer utilizza per dissimulare l’essere umano nel suo costume d’automa.
Nei disegni d’abito e movenza del creatore del Balletto Triadico, la figura umana, sovente, si disumanizza: maschere calate sui volti ne spersonalizzano i tratti; la carne perde di tiepida porosità facendosi levigata superficie plasticosa o laccata a colori sgargianti; i ritmi diventano, a tratti, strappi di burattino dimentico delle morbidezze corporee. Tuttavia, creando il video su cui epiloga la performance dell’11 aprile 2015, docenti e studenti del Munari hanno voluto soprattutto ispirarsi a quelli che, tra gli innovativi paradigmi schlemmeriani, ancora hanno a che fare con un’arte, certo sovranamente moderna razionale e riflessiva, ma pur sempre pervasa da un filo di poesia capace di emozionare – ché tocca le corde profonde del nostro essere umani. Dei dodici quadri originali del Balletto Triadico, così, ci si è soprattutto concentrati sulle gimnopedie della Danza delle verghe – coreografia introduttiva ai tre atti di Schlemmer, che il Liceo Artistico ha affidata alla ricostruzione dell’alunno di IIIA scenografia Davide Rapetti – e della Danza della spirale – coreografia che, posta in apertura del terzo atto, “Schwarz”, è stata interpretata da Sofia Cicirelli, studentessa di VD scenografia –, creando anche una libera variazione dell’infagottata marcetta del costume tronco-conico del primo atto, “Gelbe”, affidata a Clara Fiammetti, della stessa classe del Munari. Il video di Bau Ballet combina i girati dell’ultima giornata di Scuola Aperta del Liceo Munari (17 gennaio 2015) con alcune riprese effettuate nell’officina del fabbro cremasco Mario Soldati (27 marzo 2015): quanto sperimentato tra le mura scolastiche, su suggestivo accompagnamento musicale delle melodie di Yiruma e Apparat, è stato replicato tra schegge e rumori prodotti contestualmente ad un luogo di lavoro cittadino. Mediante questo “slittamento” logistico, si sono deliberatamente ricordate sia la propensione dialogica della scuola di Gropius, assolutamente aperta al contesto limitrofo, sia la vocazione metallurgica di molti laboratori del Bauhaus. Omaggio a quest’ultima, d’altronde, era già stata, oltre a Lhaus (la composizione di Gianluca Vergani pensata per essere eseguita sui macchinari dell’ITIS Galilei l’11 aprile scorso), la confezione, nel corso del tardo-autunno, presso altra officina cremasca, della gonna in acciaio utilizzata per la Danza della spirale. Nel video, come al vero dell’Open Day e della replica-variata presso l’officina Soldati, le movenze dei giovani corpi degli studenti coinvolti, così armoniche e disciplinate, costituiscono la musica più autentica: hanno senso pieno anche senza suono o rumore che li sostenga, controfondi o commenti. Anche se semplicemente li si guarda, tenendo tappate le orecchie, essi stessi sono, cioè, ritmo e musica.
Se il Balletto Triadico nella versione Schlemmer sembra soprattutto la traduzione coreografica d’un atto di fede neorinascimentale nella relazione di tipo proporzional-matematico che regola il rapporto dell’uomo con lo spazio – traduzione in cui l’accentuazione del ritmo serve ad un’ideale riunificazione del cosmo –, nel prodotto multimediale confezionato dal Liceo Munari la strada marmorea e rettilinea della ragione si costella di presenze numinose che parlano – sia pur in modo cifrato – di emozioni; ed emozioni suscitano. Lavoro squisito di membra intelligenti, che s’annodano e si snodano, il video munariano valorizza il corpo come macchina umana, l’essere umano come fantasia organizzata dalla ragione. In esso si contemplano corpi che danzano in modo meccanico ed aggraziato, umanissimo e disumano ad un tempo – razionalissimo e poetico. Nei suoi contorni nitidamente limpidi, come forgiati dai migliori strumenti della ragione, la Danza delle verghe è tutta trasparenza e forma acuminata. Schlemmer vi esalta soprattutto la maschile rigidità dello spigolo, ovvero quanto la danza di impostazione classica tende generalmente a scartare. Nell’interpretazione di Davide Rapetti, il corpo vivo, nerboruto ed aggraziato, è fremito controllatissimo di passione che introduce, ad un tempo, ai più perfetti pensieri. Quasi umanissimo san Sebastiano laico che l’esercizio della ragione anestetizza, Davide è, in contemporanea, bel corpo, fibra umana muscolosa dalla nuca fino al tallone, ed algida figura geometrica che incessantemente si scinde e riunisce, s’innalza ed abbassa, s’apre e chiude, combinando infinite variazioni sul tema della punta. Le verghe che danno nome alla danza, legate alle giunture del ballerino come linee di forza che si proiettano fuori dalla sua figura, non sono soltanto fondamentale strumento della geometrizzazione dell’umano: conferendo al corpo la verticalità dei bambù centenari, quasi lo vegetalizzano; e, richiamando l’articolazione estrema dell’agilissima, leggerissima e potente cavalletta, lo animalizzano pure. Il cerchio delle infinite metamorfosi suggerite dalle protesi effimere si chiude pur sempre sul ritorno alla miglior declinazione dell’umana corporeità: quella dello sciatore, come anche dell’atleta del salto in alto o del ginnasta alle parallele. Nella Danza della spirale, Schlemmer sembra ancora cercare la melodia che scaturisce dalla morbida fluidità della curva. Nella figura di Sofia Cicirelli – toccante danzatrice che, su di sé avvitandosi, profila nel piano lo snodarsi della spirale –, la rigidità d’una schiena eretta come un fuso e di braccia che il metallo blocca nell’ovalizzazione del balletto classico si coniuga con la morbidezza del moto, curveggiante richiamo alle rotondità del corpo femminile (cui anche le sfere del copricapo fanno eco). L’elegante minimalismo bianco-nero dell’abito della danzatrice schlemmeriana perfettamente valorizza la giustezza pura di una forma deliziosamente rigida e ineffabilmente snodata. Anche più del ballerino delle verghe, comunque, la ballerina della spirale parla al nostro sentimento: nel suo eroico avvitarsi senza posa, essa suscita il senso di vertigine d’una melodia dodecafonica di flautino in registro acutissimo; e la flessione laterale del capo è malinconica nota “alla Pierrot” che tradisce, con misura, lo sforzo di essere vertiginosa. Mentre gira su di sé, Sofia sembra liberarsi delle ultime scorie del mondo, purificarsi di tutto quanto la materia dell’essere umano significa – per diventare purezza di movimento a vortice; trottola umana il cui moto sembra essersi avviato al perpetuum mobile. Per quanto slanciato verso il cielo quale axis mundi in miniatura, un corpo di donna è pur sempre vincolato dalla forza di gravità che lo obbliga al moto in piano: nell’originale di Schlemmer come nell’interpretazione munariana, la supposta farfalla è in realtà una vite che non riesce veramente a spiccare il volo.
Le silenziose e musicalissime movenze puntute e arrotondate che Schlemmer studia per il suo Das Triadische Ballet si alternano, nel nuovo video confezionato dal Liceo Munari, alle scene scintillanti e fragorose della produzione artigianale. La proiezione del video, prevista per la fascia oraria tra le 20,00 e le 24,00 dell’11 aprile p.v., avverrà sulla facciata del Palazzo Comunale di Crema ad esprimere, una volta di più, come l’apertura al contesto urbano, già tipica del Bauhaus, sia anche tratto distintivo del Liceo Artistico. Essa concluderà una giornata del centro cittadino principiata sotto il medesimo segno: sin dalle 8,30 – steso lo stendardo segnaletico delle celebrazioni di Costruire la scuola sulla facciata del Palazzo Comunale, come su quella del Liceo Artistico in Via Piacenza –, Piazza Duomo verrà presidiata dai periodici cambi di guardia dei “caschi gialli” del Munari. Tali cambi avranno luogo fino alle 20,00, quando avrà inizio la proiezione del video. Per il nuovo happening s’è pensato il titolo di Bau Ballet in riferimento, oltre che alla denominazione della scuola di Gropius e del balletto di Schlemmer, alla costruzione di un’azione che, basata sulla disciplina dei corpi, esce dal palcoscenico per “invadere” costruttivamente la città. Nell’annominazione dei due lemmi tedeschi che si susseguono, inoltre, vi è un qualcosa di onomatopeico che richiama l’accentuazione in direzione ritmica delle movenze della danza colta; accentuazione che, ampiamente ispirata al mondo delle macchine, segna fortemente di sé il prodotto di Schlemmer e la creatività munariana che, nel corso del presente anno scolastico, da esso ha tratto molto alimento.
Elena Bugini


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